Percorso Museale

Le sezioni del Museo

Natura e storia si intrecciano tra le stanze del Museo Etnografico dei Mestieri del Fiume. Il racconto si articola su due piani che ospitano decine di reperti, documenti, testimonianze fotografiche e pannelli informativi, ricostruendo così l’evoluzione dell’ambiente naturale nelle Valli del Mincio dai tempi antichi ad oggi, così come la vita delle comunità umane “ospiti” lungo le sue sponde.

 

Il territorio

Il percorso espositivo prende il via da un’immersione nella storia della Valle del Mincio grazie al grande plastico ospitato dal Museo e ai pannelli che raccontano la trasformazione del territorio nel corso dei secoli, o meglio dei millenni.

Il fiume, infatti, non è sempre stato così come lo vediamo oggi. Il suo corso ha subito diverse variazioni, di cui si ha traccia fin dai tempi degli Etruschi. L’uomo ha messo mano all’evoluzione del corso d’acqua, intrecciandone la storia con quella delle popolazioni che hanno abitato le sue rive e che ne hanno sfruttato le risorse naturali per cacciare, pescare e reperire materiali per utensili, arredi, stoviglie e tutto ciò che serviva alla vita quotidiana della famiglia.

E’ nel 1190 che il Mincio subisce la modifica più radicale e che, di conseguenza, le terre attorno a Rivalta assumono l’aspetto odierno. La trasformazione è dovuta ad Alberto Pitentino: l’ingegnere idraulico che progetta dighe e chiuse con la missione di proteggere la città di Mantova. La conseguenza è la costituzione di un’area paludosa dove l’acqua del fiume scorre più lentamente.

Questa area sarà dichiarata riserva naturale nel 1984 e inserita nel Parco del Mincio.

 

Vivere lungo il fiume

Nelle Valli del Mincio ben presto gli abitanti imparano a vivere in simbiosi con l’ambiente fluviale e a dipendere dai suoi ritmi e dalle sue risorse. Costruiscono canali intrecciati tra loro, un reticolo di vie d’acqua le cui porzioni sono una scacchiera liquida e irregolare, all’interno delle quali si ritagliano porzioni di terreno che servivano da giochi di caccia o per la coltivazione.

Tutto è cadenzato dal ritmo del fiume, lavoro e vita domestica, e influenzato dalle risorse che questo sa dare. Anche all’interno delle abitazioni la presenza del Mincio è sempre forte e lascia la sua traccia in arredi, utensili, cibi, abitudini.

La sezione del Museo dedicata alla vita quotidiana ha il suo perno nella cucina di inizio Novecento ricostruita fedelmente. Attorno al camino ruotavano ore, giorni e vite. Una stanza molto simile a quella che si trovava proprio in quella che ora è la sede del Museo Etnografico dei Mestieri del Fiume, un tempo casa di pescatori.

Era il fiume a fornire i materiali per la maggior parte degli utensili da cucina e degli arredi, così come per gli attrezzi per cucinare o trasportare il cibo, pescare e cacciare. Tra i materiali principali ci sono l’erba carice e la canna palustre, con i quali venivano realizzate scope, materassi, cestini.

Tanti gli oggetti originali conservati in questa sezione del Museo, tra cui non mancano le curiosità, come le borracce per acqua e vino ricavate dalle zucche svuotate, le borse realizzate con l’erba palustre essiccata e intrecciata, i porta-pranzo per i pasti da consumare durante le sedute di pesca lungo il fiume.

 

I mestieri della palude

Il pescatore, il cacciatore, la reticiaia, l’allevatore di bachi da seta e il calafato. La palude del fiume Mincio ha dato vita a veri e propri lavori specializzati caratterizzati da sapienza e tecnica; mestieri che costituivano l’economia di Rivalta sul Mincio.

Di questi mestieri è possibile ricostruire le caratteristiche all’interno della sezione dedicata del Museo, che espone oggetti e testimonianze fotografiche.

Le donne utilizzavano la canna palustre per creare le reti da pesca: i bartavél. Intrecciare era una vera e propria arte, oltre che una tecnica affinata nei decenni. Tra gli oggetti che venivano intrecciati con canna di fiume ed erba carice c’erano anche molti arredi e strumenti per la casa come stuoie e arelle.

La tecnica dell’intreccio al giorno d’oggi non è più praticata a livello professionale, ma è ancora capace di ispirare creativi, artigiani e persino architetti. Un esempio è il workshop della Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano che si è tenuto proprio al Museo Etnografico e che ha approfondito la tecnica dell’intreccio per poi trasferirla in progetti di architettura e di design. 

Uno dei lavori più diffusi era quello di pescatore. I pescatori navigavano lungo il Mincio a bordo delle tipiche barche a fondo piatto in cerca di lucci, anguille, carpe e tinche. Gli strumenti del mestiere sono esposti nelle stanze del Museo: bartavèl, tramagli, reti, lenze, retini, ma anche cestini intrecciati a mano dentro i quali veniva riposto il “bottino” della giornata.

Un’altra professionalità tipica della zona era poi quella del calafato, l’artigiano che costruiva le barche a mano. Il Museo conserva anche una barca in legno di larice, ricoperta di pece, a un solo remo con voga alla veneziana e con il caratteristico fondo piatto adatto a navigare anche nei fondali bassi della palude. Nella stanza del calafato sono, poi, presenti tutti gli strumenti necessari alla costruzione di una barca come scovoli, mazzuoli e asce, e foto d’epoca delle varie fasi della costruzione e di artigiani storici come Mendes Baratti.

Un’altra sezione è dedicata alla professione della caccia nelle Valli. Il cacciatore si appostava a bordo di una barca, visibile nelle stanze del Museo, su cui era posizionata una sedia girevole che consentiva di muoversi per puntare il mirino sulla preda. In questa sezione si trova anche una collezione di richiami per anatre e specchietti per allodole.

Il raccoglitore di canna palustre era un altro lavoro molto diffuso nella valle, grazie alle risorse del Mincio. Tra gli strumenti del mestiere ci sono pettini per cardare il carice, falci per l’erba e per la canna di palude e gli speciali stivali isolanti usati per immergersi con i piedi nell’acqua.

C’era poi l’industria fiorente della tessitura legata alla coltivazione del baco da seta. Andata in declino negli anni Cinquanta, in passato rappresentava una risorsa e una specializzazione professionale.

Infine, una curiosità visibile al Museo è la panca attrezzata del venditore di trigol che effettuava il suo commercio ambulante in piazza, distribuendo le golose castagne di fiume ai passanti.

 

La galleria degli uccelli della Valle

Il Museo di Rivalta sul Mincio possiede ed espone una preziosa collezione di uccelli imbalsamati, realizzata negli anni Ottanta da due specialisti locali che l’hanno poi donata al Museo come risorsa didattica e divulgativa e testimonianza scientifica.

La tassidermia, infatti, è una pratica che combina arte e scienza, permettendo di conservare e presentare animali imbalsamati in modo realistico. Sebbene il termine derivi dal greco “mettere in forma”, la tassidermia va oltre la semplice conservazione: richiede abilità tecniche, conoscenza zoologica e un profondo rispetto per la natura.

Al giorno d’oggi la caccia all’interno dell’area protetta delle Valli del Mincio è una pratica vietata. Per questo, la collezione storica di uccelli imbalsamati del Museo ha un particolare valore perché consente ai visitatori di osservare da vicino gli esemplari principali dell’avifauna della palude.

Tra questi ha un ruolo di primo piano il piccolo martin pescatore, uno dei principali simboli dell’area delle Valli del Mincio. Altri uccelli tipici della zona, che è possibile osservare sono quelli appartenenti alla famiglia degli ardeidi, come l’airone rosso e il tarabuso. E ancora il rarissimo mignattaio dal lungo becco incurvato, che è imparentato con l’ibis sacro agli egizi.

Tra gli uccelli imbalsamati nella galleria dedicata ci sono, poi, esemplari della famiglia dei corvidi come gazze ladre, cornacchie e ghiandaie, rapaci diurni e notturni, tra cui falco di palude, poiana, gheppio, gufo, barbagianni e civetta.

Completano la collezione una varietà di anatre dal piumaggio variopinto: germano reale, canapiglia, mestolone e fischione.